Archivio per Giugno 18, 2008

Heidi nella cucina spagnola

E con la mente in questo momento ritorno a Madrid.
L’ ultimo mio sabato a Madrid, i compagni di viaggio-esperienza-erasmus della mia amica Nadia hanno organizzato un cena in un “locale qualsiasi” nei pressi di Puerta del Sol, e per “locale qualsiasi” intendo un ristorante non ancora deciso.

Abbiamo deciso. Il nome del locale non me lo ricordo però alla base vi era il nome Madrid, a cui aggiunger un suffisso o un prefisso, ma l’ essenza era questa.

Il menù non era dei più ampi, ma aveva una cosa che mi ha colpito, ve la mostro:

Un’ insalta chiamata Heidi!
Vi leggo e traduco gli ingredienti:

Heidi: pasta colorata, prosciutto york, formaggio parmiggiano a scaglie, peperoni rossi e verdi con salsa mayonese russa.

Non l’ ho assaggiata, i peperoni di sera non sono la cosa ideale.
Comunque parlando di viaggi e cucina vi consiglio un blog intitolato Forchetta? Nello Zaino, dal quale potrete trarre tantissimi spunti per una serata a tema.

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Heidi: nella memoria

Chiunque decide di assentarsi qualche giorno dal lavoro, o si reca ad Heidiland utilizzando le ferie retribuite, lo fà perchè è spinto da quel meccanismo della memoria che seleziona Heidi tra le cose da ricordare e dunque non da dimenticare.

Heidi è da ricordare!!

Quando la Spyri ha scrittoo il suo primo libro destinato alla lettura per bambini, nascondendosi dietro uno spseudonimo, inconsciamente ha assunto il ruolo non solo di scrittrice ma di portavoce critica della situazione in via di mutazione che si stava profilando in Svizzera in quel momento: la vita alpina in netta opposizone con quella nuova cittadina.

Il successo di questo romanzo è stato immediato, agevolato dai vari adattamenti che hanno previsto diverse forme e lingue; ma la gente che più si è sentita coinvolta facendo di Heidi l’ emblema della propria nazione è stata proprio la popolazione svizzera, che non solo ha deciso di ricordare Heidi ma le ha perfino costruito un habitat su misura nella propria memoria collettiva, che trova in ogni abitante alpino la propria specificità.

Una memoria collettiva che si è andata a “sgretolare” in quel sociale, che che fà sempre più dell’ astrattezza e della contingenza i propri capisaldi, trovando oggi collocazione in una memoria ben più ampia: la memoria sociale appunto.

I media in questa “frammentazione” hanno giocato un ruolo fondamentale:non solo hanno selezionato per NOI ciò che deve essere ricordato e ciò che invece è destinato ad essere archiviato nel dimenticatoio, ma si presentano essi stessi “produttori della nostra” memoria.

Questo argomento specificamente studiato potete approfondirlo online mediante il blog La memoria delle cose, altrimenti vi rimando al libro Memoria e comunicazione, di Roberta Bartoletti.

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Heidiland: ricorso alla nostalgia

Oltre alla mercificazione delle emozioni, il mercato turistico si avvale di un altro sentimento come occasione per la propria economia: la nostalgia.

Ma che cos’ è la nostalgia? Utilizzare il termine sentimento per definirla è inappropriato, infatti essa compare per la prima volta nel XVII secolo per indicare quella strana patologia che stava colpendo un numero sempre più crescente di persone.
Una malattia della mente causata dalla gran voglia di tornare a casa, un allontanamento sentito in maniera persistente innanzitutto dai marinai e dai soldati che abbandonavano la propria patria per difenderla, successivamente ha contaminato anche i servi e i domestici, che in cerca di un mezzo di sostentamento, abbandonano la campagna per andare in città.

Una malattia non più solo della mente, ma anche del corpo.
La cura per questa malattia ormai di portata sociale? Il ritorno a casa, ma nel XIV secolo si comprende che pur ricorrendo a questa soluzione, non si guariva: la nostalgia è un male incurabile.

Tutti siamo nostalgici, soprattutto in questa società moderna, tutti confidiamo in un ritorno alla casa perduta, che non deve essere intesa come un luogo concreto, ma ideale, un luogo del senso.

Heidiland, ha saputo ben sfruttare questa sensazione di disagio, ed è andata a ricostruire la casa mitica di Heidi, la casa di un passato ben distante dall’ attuale urbanizzazione , con altrettanti modi di vivere.

Il mercato ha fatto della nostalgia una risorsa mediante il processo di mercificazione, Heidiland offre un ritorno alla casa perduta-pur non essendo mai esistita- a tutti coloro che ne sentissero l’ esigenza.

L’ esigenza di “rivivere” un mondo naturale, respirare aria pura non contaminata dallo smog, goder del cinguettio degli uccellini senza alcun suono artificiale.

In questo contesto la nostalgia intesa come malessere individuale, diviene semplice nostalgia di maniera, che fa di tutti gli elementi costitutivi di Heidiland delle merci della nostagia.

Le fonti da cui sto attingendo le mie informazioni, ma che soprattutto offrono le basi per il mio studio, provengono tutte da una stessa penna; per ulteriori approfondimenti consiglio di leggere il libro “Memoria e comunicazione” 2007, scritto da Roberta Bartoletti, al quale allego e suggerisco il blog La memoria delle cose.

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Heidiland alimentata dai media

Heidiland esiste perchè esistono i media, essa è una loro creazione, anzi è stata prodotta dalle loro creazioni. Sembra uno scioglilingua ma è la verità.

La mia domanda nel post precedente, voleva indurre ad un tentativo di riflessione: un luogo come Heidiland non è mai esistito, le storie narrate che vengono concretizzate sottoforma di performance in questo villaggio non hanno dei personaggi reali, come mai esistita è la simulazione di vita interpretata dagli attori che accolgono i turisti.

Però questo luogo esiste: è nell’ immaginario di tutti coloro che almeno una volta hanno letto il romanzo o visto un episodio del film o anime di Heidi.
Questo immagianario è andato a sovrapporsi a quello di un colletivo ben determinato, che l’ industria turistica ha saputo ben sfruttare per creare nuove opportunità per il proprio mercato.

Heidiland è prettamente supportata dai media, che grazie ai vari adattamenti susseguitesi nel corso degli anni tanto da renderla oggi giorno un personaggio moderno, ha dato la possibilità ovvero l’ occasione all’economia turistica di creare un luogo capace di offrire modi di essere ed emozioni di un passato esso stesso immaginario.

Heidiland non è mai esistita, ma chi si reca in questa regione sulle orme della piccola Heidi pur essendo consapevole di tale ricostruzione, viene immediatamente immerso in questo mondo reale, in grado di donare emozioni vere di un tempo mai esistito.

Per ulteriori approfondimenti, rimando alla fonte delle mie informazioni “Sulle tracce di una invenzione. Viaggi e pellegrinaggi mediatici” scritto da Roberta Bartoletti pubblicato nel 2003 su Golem l’ indispensabile.

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Ma che tipo di emozioni?

Ma che emozioni può offrire un luogo che non è mai realmente esitito? E che modi di fare, stili di vita esso può offrire?

La domanda sembra molto complessa, ma la spiegaziona è molto più che deduttiva ed inconscia.

Qualcuno sa darmela?

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Heidiland: l’ industria delle emozioni

Il mio primo viaggio da sola, e per sola intendo la mancanza dei miei genitori al mio fianco, è paragonabile a quello dei Grandturisti del Settecento, all’ insegna della peregrinatio accademica fomentata dalla grande voglia di divertimento, esplorazione e paragone, in un tutto che da adolescente poco riesci a comprendere.
Quest’ immaginario del viaggio ha accompagnato i miei diversi viaggio-studio fatti all’ estero, per poi andarsi a sostituire ad un’ altra concezione del viaggio che è entrata nella mia mente nel momento in cui mi sono messa in treno con un biglietto InterRail con l’ intenzione di girare l’ Europa, alla quale va aggiunta la realizzazione completa.

Svegliarsi ogni giorno in luoghi, città con lingue, tradizioni, costumi, modi di fare, stili di vita differenti è un’ emozione assurda, non comprensibile per chi non l’ ha mai provata, e dunque diversa da persona a persona, in questo caso un’ emozione “solo mia”

Diversi sono i viaggi che io successivamenti ho fatto, ma nessuno dei quali a livello emozionale è ad esso paragonabile.

Quando ho detto che Heidiland non è una semplice meta turistica , mi riferivo proprio a questa sua qualità emozionale che prevale su quella aziendale in maniera quasi antitetica.
I suoi obiettivi oltre a quelli di offrire un’ alta e vasta qualità di servizi in un ambiente del tutto naturale, vanno a far leva su qualcosa di molto più profondo, che va oltre il semplice divertimento con la voglia di godere di una realtà diversa o fuggire per un determinato periodo dalla vita quotidiana.

Heidiland ed Heididorf sono l’ emblema di quella forma del turismo emozionale che negli ultimi anni si è andato via via sviluppando.

Influenzare il consumatore in base alle qualità aziendali non è lo scopo di questa regione, essa mira a qualcosa di ben piu diverso: migliorare ed offrire qualità prettamente emozionali. Ed è qui che alla vendita di prodotti si sovrappone-anzi sostituisce-la vendita di emozioni, che fa dei luoghi la vera industria di questa merce.

L’emozione sottoforma di merce, è questo il termine che io utilizzo per descrivere Heidiland; del quale attualmente si sono appropriati tutti i settori dell’ economia che giorno dopo giorno , ci fanno da luogo, da terreno.

Vendita di emozioni, è un termine per me un pò ambiguo, che da una parte riduce il valore dell’ emozione intesa come un qualcosa di individuale, soggettivo che si manifesta in modi e maniere differenti ma uniche, non vendibili e non riproponibili e dall’altra conferisce ai “luoghi” la capacità, la voglia ma più che altro l’ obiettivo di produrre l’ astratto..il personale.

I luoghi divengono i costruttori di forme emotive.

Nel mio InterRail le emozioni più profonde, e che ancora ricordo con lo stesso brivido, le ho provate soprattutto in quei luoghi non “ancora” contaminati da questa mercificazione.

Per ulteriori approfondimenti su questo argomento rimando ad un articolo pubblicato su Golem l’indispensabile, rivista online, scritto da Roberta Bartoletti.

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